di Marina Valensise
Di primo acchito, Maurice G. Dantec fa un po’ paura. Ha un’aria torva, capelli neri unti e forse sporchi, barbetta rada alla Mickey Rourke, lo sguardo nascosto da un paio di occhialini neri che porta sempre, anche di notte, anche quando va in televisione. Chi lo conosce bene assicura che è un uomo affabile, premuroso e gentile, molto rispettoso, di quelli che non alzano mai la voce e sono incapaci di darti buca. Chi ci lavora insieme, come David Kersan, giurista trentenne con un passato di esperienze estreme, da titolare di un “Fight Club”, e da tre anni suo amico, agente letterario e uomo di fiducia, non riesce a parlarne senza commuoversi e senza esaltarne “la luce, la potenza trasfiguratrice, che fa uscire la gente dalle catacombe”. Ma chi non lo ha mai visto da vicino, stando alle foto in circolazione o alle comparsate in tv, potrebbe prenderlo facilmente per un becchino o per uno iettatore. E sbaglierebbe. Perché Maurice Dantec è innanzitutto uno scrittore, un profeta, un mistico, un combattente cristiano, sionista e proamericano, un antilaicista e un controrivoluzionario militante. Insomma l’ultimo scandalo della letteratura francese.
Tre anni fa si è convertito al cattolicesimo, scegliendo a bella posta il momento in cui la religione di santa romana chiesa è, come dice lui, “ irresistibilmente condannata”. Dantec viveva in Canada dal 1998. Aveva scelto l’esilio volontario a Montreal, dove abita con moglie e figlia in un immenso loft di trecento metri quadrati, per disgusto della vecchia e fiacca Europa nichilista, ormai in balìa di un’islamizzazione a dir suo fuori controllo. “Non volevo che mia figlia fosse aggredita dalle bestie feroci” dichiarò per giustificare la partenza. A Montreal dunque si fece battezzare nella cappellina dei Padri della Santa Croce da un vecchio domenicano di 86 anni raccomandatogli dai suoi amici tradizionalisti, Edmond Robillard, un sant’uomo coltissimo e scontroso che stava celebrando i sacramenti per l’ultima volta, dopo una vita spesa a tradurre le opere del cardinale Newman e gli scritti di san Tommaso d’Aquino. Quel giorno per Dantec cominciò la trasfigurazione. Il battesimo per lui fu infatti un nuovo inizio. Segnò la riscoperta del soggetto, “copresenza con l’Essere, che progetta la sua origine e retroscrive il suo telos attraverso il Nulla” come scrisse nel suo diario, “American Black Box”, apparso ora da Albin Michel, ultimo tomo d’una trilogia, “Théâtre des Opérations”, iniziata nel 1999, e composto come i primi due da settecento pagine di prosa fluviale e palinsesti di profezie apocalittiche, considerazioni mistico-scientifiche e incendiarie riflessioni storico-politiche.
La conversione, dunque, aprì a Dantec la strada verso la riconciliazione con la verità, o meglio verso il ritorno alla verità, ultima e definitiva risorsa contro il nichilismo e le illusioni dissacranti del contemporaneo. Dantec, infatti, si considerava un francese errante in America, un Atlante come scrive lui, “un rifugiato politico metanazionale in esilio permanente”. Col suo battesimo e la conversione al cattolicesimo, lui che era nato in una famiglia di militanti comunisti, cresciuto nel culto dell’Urss e nella devozione a Josif Stalin (suo padre dirigeva l’agenzia di stampa del Pcf), svezzato come adolescente fra la barbarie della banlieue, a Ivry sur Seine, dove la massima universale di condotta non era porgi l’altra guancia, ma “nique ta mère”, alias “fotti tua madre”, decise di diventare “un testimone che non tace mai, se non nel silenzio di Dio”. E nel suo diario scrisse: “Sono qui per dire che la Parola non è morta, per dire che essa si fa Atto. Sono un cattolico. Un Cattolico del futuro, un cattolico della Fine dei Tempi”.
La cosa misteriosa e folgorante è che la metanoia in nome dell’Essere e del Dio incarnato, colpì proprio lui, Maurice G. Dantec l’uomo forse più lontano al mondo dall’idea di grazia, l’indole apparentemente più refrattaria alla rivelazione. Dantec oggi dice di aver raggiunto “la sua famiglia naturale”. Vive la conversione come “una grazia di Dio, perché la fede è una grazia”. E sebbene non si sia ancora cresimato, per l’improvvisa dipartita di padre Robillard, si professa un cattolico praticante, “perché una religione che non si pratica”– spiega rispondendo via email – resta nell’astrazione”. Eppure, niente di più improbabile della sua conversione.
Chi era infatti Dantec? Molte cose insieme: un coatto di periferia, un dandy punk e rockettaro, uno scrittore maledetto, un mito di massa, un provocatore. Un grande e irregolare antimoderno, un genio della cultura pop, un piede nel marketing e l’altro nella musica psichedelica. Uno che insomma il nichilismo sapeva benissimo cos’era per esserci vissuto dentro fino al collo e averne debitamente approfittato. “Io sono andato sino in fondo al nichilismo. Ma a differenza di Houellebecq, ho attraversato lo specchio, e mi sono convertito al cristianesimo. Cosa impossibile per un nichilista”, ha detto in un’intervista al settimanale francese VSD.
Da ragazzo, dopo studi incerti per motivi di salute – soffriva di asma – e sforzi di autodidatta all’università, aveva esordito alla fine degli anni Settanta con la musica psichedelica, fondando un paio di complessi dal titolo ultimativo “Etat d’urgence” e “Artefact”, gruppo sperimentale di pop elettronico in cui suonava il piano e firmava testi futuristi. Poi, s’era riciclato come pubblicitario, lavorando a fianco di un guru miliardario. Ma anche quello era stato un passaggio a vuoto. Una sera, infatti, scoprì la disperazione che affliggeva il suddetto guru con cui lavorava, considerato un mito vivente, ma costretto a ingurgitarsi un litro di whisky al giorno per sopravvivere al senso di fallimento che l’affliggeva per non essere mai riuscito a scrivere un romanzo. Dopo anni passati a spremersi le meningi per vendere automobili e pannolini, frigoriferi e merendine, aveva capito che s’era bruciato il cervello e non sarebbe mai riuscito a inventarsi una storia, a dar vita ai personaggi di un romanzo, a tenere una trama oltre le trenta pagine. E soprattutto, aveva capito che i miliardi di fatturato, la vita da nababbo, le fuori serie e le belle donne a iosa, la villa a Ibiza e la barca a Noirmoutier non sarebbero mai bastati a colmare il vuoto del fallimento. Da qui il whisky, un litro al giorno.
Quella sera, Dantec tornò a casa, si guardò allo specchio e prese una decisione solenne. Decise di mettersi a scrivere sul serio. Lasciò l’agenzia pubblicitaria, ne fondò una sua che fallì subito, si riciclò nel telemarketing, e intanto continuò comporre il suo primo romanzo di fantascienza. Quando lo finì, dopo vari e molteplici rifiuti, entrato in contatto grazie a un amico col responsabile della Série Noir di Gallimard si presentò col malloppone alla rue Sébastien Bottin. E lì accadde il primo miracolo. Patrick Raynal lesse il manoscritto e invece di gettarlo nel cestino, chiese a Dantec di scriverne subito un altro ex novo. Il libro uscì e fu una rivelazione. Si intitolava “La Sirène Rouge”. Vinse premi su premi, vendette migliaia di copie, divenne pure un film e in pochi anni – seguito da altri gialli fantascientifici, come “Les Racines du Mal”, “Babylon Babies”, “Villa Vortex” – trasformò Dantec in uno scrittore di massa baciato dal successo, osannato da lettori in delirio, circondato da coorti di ammiratori pronti a diffondere il verbo sconvolgente dell’inventore del “neo-polar”, del visionario rock che coi suoi feuilleton tecno-mistici li rivelava a se stessi, scoprendo il volto nascosto di un’epoca cieca e insofferente all’autocoscienza come è la nostra.
Nacque così Maurice Dantec, scrittore hip e cyberpunk e giallista di culto, autore di romanzi totali dove la metafisica insegue la fantascienza, la fantascienza serve a declinare l’apocalisse, e la finzione romanzesca diventa il sismografo delle nostre inquietudini. Nei suoi libri succede di tutto. “Cosmos Incorporated”, mattone di seicento pagine, uscito due anni fa, è stato scritto nel segno di un cristianesimo catacombale. Racconta di un’umanità perduta in un mondo di automi, dopo la finis Europae e la devastazione lasciata dal Grande Jihad, dove un killer della mafia russa programmato per uccidere a un certo punto scopre di appartenere a un inframondo che appare solo dalla traccia lasciata dietro di sé dalla morte. Nella “Grande Jonction”, che ne è il seguito uscito in settembre, l’azione si svolge nel 2070: dopo l’avvento dell’intelligenza artificiale, la Metastruttura di controllo, che ha fabbricato l’Umu, cioè l’unimondo umano, pacificando le creature che ormai sono una protesi di scienza e tecnica, un semplice assemblaggio di dati digitali, è in corso un’altra mutazione mortifera: un virus letale colpisce quel che resta dell’umanità, riportando il linguaggio al grado zero, convertendolo in sistema binario, per contaminarlo sino a distruggerlo. Ma arriva il redentore, Link de Nova, un chitarrista dodicenne e profeta, dotato di poteri straordinari che coadiuvato da una manciata di uomini riuscirà a preservare l’umanità in un altro mondo.
Dalla narrativa l’ossessione apocalittica di Dantec tracima nell’autobiografia, e da lì nella politica. A leggere il terzo tomo del diario metafisico e polemico, iniziato nel 1999 con titolo profetico, “Manuel de Survie en Territoire Zéro”, che in inglese suona agghiacciante, “Survival Manual in Ground Zero”, l’impressione è micidiale. Il convertito che ha scoperto la fede e il dono salvifico della transustanziazione non ha niente di caritatevole. Non è il messaggero del Dio dell’amore, aperto al dialogo e pronto al perdono. E’ un guerriero, con un senso chiaro e definitivo del nemico da abbattere. E’ un crociato che sfodera la sua croce per respingere i suoi avversari, l’islamizzazione e il nichilismo, l’antiamericanismo e l’odio di sé. In lui insomma non c’è niente di evangelico e rassicurante. C’è piuttosto l’energia primitiva di un energumeno disposto a tutto e pronto al peggio, così sicuro di quello che pensa da non indulgere alle sfumature, e sparare a zero sulla cultura gay: “Da quando è diventata una cosiddetta realtà, si vedono molti bei torsi nudi, molti perizoma brasiliani e molte mani sul pacco, ma a nessuno verrà in mente di mettere in scena una pièce di Jean Genet, nemmeno per il Festival ‘Divers Cité’ di Montreal che inizierà col Gay Pride”. Dantec è così perentorio nelle sue convinzioni da evitare l’arte della litote quando si tratta di dipingere la luce tenebrosa che irradia ormai l’Europa della post histoire e dell’universalità dei diritti. “Diventata metafisica, Liberté, Egalité e Fraternité, partoriranno una specie di mostro indolore, un semplice protoplasma. Un ipermercato aperto a tutti i venti migratori o mafiosi. Uno ‘spazio’ ormai privo della minima temporalità, senza volontà storica, senza sovranità e soprattutto non imperiale, e ovviamente contrario alla pena di morte e alla ‘guerra’. Uno spazio “laico”, cioè completamente decristianizzato, e paradossalmente aperto alle ideologie purulenti, asettizzate dalla contestazione-merci, e arrivate dal comunismo orientale, nel momento in cui i paesi dell’est erano finalmente riusciti a sbarazzarsene dopo aver pienamente, goduto per mezzo secolo in pieno, della loro delirante assurdità”.
E’ così scettico e controrivoluzionario da non farsi alcuna illusione sul futuro del vecchio continente: “Quelli che continuano a pensare che le piccole macchinazioni democratiche di cui affabulano le micronazioni indipendenti o i confederati (scritto “cons-fédérés”) di Bruxelles, resteranno in piedi nei trent’anni a venire, sono gli stessi ciarlatani che hanno venduto due paci mondiali, finendo per imporre due guerre meccaniche universali alle popolazioni del mondo e dell’Europa, nella prima metà del Ventesimo secolo”.
E quando gli chiedi se dall’esilio in Canada non soffre del conformismo irriso da Mordechai Richler nella ‘Versione di Barney’, risponde: “Il politically correct fa danni anche in un Québec antiamericano, antisemita di sinistra, anticristiano, anticanadese, che sostiene i principi di Hezbollah e quelli del Gay Pride. Qui però tutto è volatile; una moda si impone e subito dopo scompare, a differenza della Republika Franska dove ci mette più tempo a radicarsi, ma poi diventa inamovibile”. E con la stessa sicumera con cui oggi si definisce uno scrittore americano di lingua francese, Dantec parte lancia in resta contro lo spirito del tempo e la tirannia della trasparenza, che annulla il senso del mistero, contro l’eccesso di universalismo democratico che appiana, uniforma, lenisce e confonde, sino all’indifferenziazione. Contro l’antirazzismo, che non permette di discriminare e dunque di governare fenomeni complessi come la crisi delle banlieue. Contro l’estremismo buonista che sempre in nome dell’antirazzismo finisce per cadere in un razzismo al contrario, il razzismo antibianco, di cui però è vietato parlare. C’è insomma nel diario di Dantec il repertorio completo delle illusioni progressiste, dell’inaudito, dell’insopportabile, che rende l’incendiario polemista bersaglio favorito dei benpensati.
Chi volesse provare un’esperienza forte, deve solo andare su Internet e cercare il video del programma tv di Franz Olivier Giesbert, in cui Dantec era uno degli ospiti a sorpresa del democristiano François Bayrou, candidato centrista alle presidenziali. E’ un pezzo da antologia. Era settembre. Dantec s’era prestato, alla diretta, per il lancio del suo ultimo romanzo. E si è fatto dare del “fascista” da Jean François Kahn, sovranista di sinistra e direttore del settimanale Marianne. Bisogna dire che il tema era caldo. Si parlava di scuola ed educazione, e Dantec citava rassegnato il succitato motto dei giovani di periferia “nique ta mère”. Si parlava di declino della Francia, e Dantec l’attribuiva non all’inerzia di Chirac o all’analisi di Nicolas Baverez, ma alla rivoluzione del 1789, ricordando il controrivoluzionario conte Joseph de Maistre che nelle Serate di San Pietroburgo fu il primo ad annunciare l’apocalisse che sarebbe seguita ai quindici secoli di regalità ghigliottinate dal Terrore giacobino: “Qual è la sua definizione di civiltà europea, in senso storico, metapolitico” ha chiesto a un certo punto lo scrittore al centrista Bayrou. E per tutta risposta il democristiano candidato all’Eliseo, prima, gli ha intimato di togliersi gli occhiali, poi, ha bofonchiato che quella definizione in effetti era stata “massacrata” dalla Costituzione, senza dire altro. E quando Giesbert ha iniziato a evocare la trama di “Cosmos Incorporated” come stadio finale della dissoluzione post industriale, “sono l’uomo delle catacombe” ha spiegato Dantec con aria aggressiva. “E il mio libro ne è la scatola nera, e serve da virus perché un certo stato del mio cervello penetri nel vostro”. E quando sempre Giesbert, con molto cinismo e pochi scrupoli, cercava di dare scandalo col mix di teologia e fantascienza della “Grande Jonction”, Dantec, messo nell’angolo, stava per scoppiare. Con aria fosca, ha minacciato rappresaglie, contro Kahn che gli aveva dato del fascista in tv senza permettergli di replicare. E alla fine l’ha steso con l’elogio della patristica: “Sono diciotto anni che mi occupo di teologia. L’ho scoperta leggendo Nietzsche e sono convinto che Basilio di Cesarea sia di gran lunga superiore alla filosofia di Karl Marx, che molti di voi si ostinano a venerare fuori tempo massimo”. Ed era talmente arrabbiato, che si è alzato in piedi e stava per andarsene, tanto che Giesbert l’ha richiamato all’ordine. Questo per dire l’alta tensione che un irregolare come lui riesce a scaricare intorno a sé.
Non è un caso, perciò, se “American Black Blox” – “l’ultimo B52 lanciato contro le ipocrisie del progressismo contemporaneo”, come dice il suo agente Kersan – a differenza dei primi due volumi non sia uscito da Gallimard, ma da Albin Michel. Il prestigioso editore che aveva lanciato Dantec ha rifiutato di pubblicarlo. Come mai? “Lo chieda a loro – risponde Dantec – forse hanno ricevuto ordini dalla Moschea di Parigi”. La storia in realtà è molto più semplice. Da Gallimard il clima è cambiato quando Dantec, all’inizio del 2004, mandò un e-mail a Bloc Identitaire, un gruppo di estrema destra, che aveva persino fatto un tentativo di attentato contro Chirac. “Sono contrario al vostro antiamericanismo e al vostro antisemitismo, ma vi auguro buona fortuna contro le bestie selvagge delle periferie fancesi”, aveva scritto Dantec, stigmatizzando la violenza, l’islamizzazione e l’odio di sé dei ghetti di banlieue. Per questo, fu assalito da Libération che titolò “E’ passato alla destra” e fu linciato in prima pagina dal Monde, mentre da Gallimard pare che al direttore della collana Nrf scappò detto, “ho sempre saputo che era un fascista”. Fu allora che nacquero le perplessità per il terzo tomo del diario. Dantec lo propose a Flammarion, ma quando gli avvocati suggerirono di censurare una decina di pagine si rifiutò: “Nego a chiunque il diritto di impormi quel che devo pensare”. Alla fine, nonostante un ultimo tentativo di Antoine Gallimard, l’ha spuntata Albin Michel, editore indipendente che ha offerto un contratto di cinque anni, e ha già venduti i due romanzi a Random House. “Sono passato a uno stadio superiore dell’offensiva contro l’islam, la gauche mondiale, la stampa asservita, les petis neocollabos frachouillards”, esulta Dantec. In America, probabilmente, sarà un trionfo.