
Doule page dans Il Foglio
par Maurice G. Dantec le 08/02/2007 Il Foglio
Maurice G. Dantec : une double page dans le quotidien
italien Il Foglio. Par Marina Valensise. Février 2007

di Marina Valensise
Di primo acchito, Maurice G. Dantec fa un po’
paura. Ha un’aria torva, capelli neri unti e forse sporchi, barbetta rada alla
Mickey Rourke, lo sguardo nascosto da un paio di occhialini neri che porta
sempre, anche di notte, anche quando va in televisione. Chi lo conosce bene
assicura che è un uomo affabile, premuroso e gentile, molto rispettoso, di
quelli che non alzano mai la voce e sono incapaci di darti buca. Chi ci lavora
insieme, come David Kersan, giurista trentenne con un passato di esperienze
estreme, da titolare di un “Fight Club”, e da tre anni suo amico, agente
letterario e uomo di fiducia, non riesce a parlarne senza commuoversi e senza
esaltarne “la luce, la potenza trasfiguratrice, che fa uscire la gente dalle
catacombe”. Ma chi non lo ha mai visto da vicino, stando alle foto in
circolazione o alle comparsate in tv, potrebbe prenderlo facilmente per un
becchino o per uno iettatore. E sbaglierebbe. Perché Maurice Dantec è
innanzitutto uno scrittore, un profeta, un mistico, un combattente cristiano,
sionista e proamericano, un antilaicista e un controrivoluzionario militante.
Insomma l’ultimo scandalo della letteratura francese.
Tre anni fa si è convertito al cattolicesimo, scegliendo a bella posta il
momento in cui la religione di santa romana chiesa è, come dice lui, “
irresistibilmente condannata”. Dantec viveva in Canada dal 1998. Aveva scelto
l’esilio volontario a Montreal, dove abita con moglie e figlia in un immenso
loft di trecento metri quadrati, per disgusto della vecchia e fiacca Europa
nichilista, ormai in balìa di un’islamizzazione a dir suo fuori controllo. “Non
volevo che mia figlia fosse aggredita dalle bestie feroci” dichiarò per
giustificare la partenza. A Montreal dunque si fece battezzare nella cappellina
dei Padri della Santa Croce da un vecchio domenicano di 86 anni raccomandatogli
dai suoi amici tradizionalisti, Edmond Robillard, un sant’uomo coltissimo e
scontroso che stava celebrando i sacramenti per l’ultima volta, dopo una vita
spesa a tradurre le opere del cardinale Newman e gli scritti di san Tommaso
d’Aquino. Quel giorno per Dantec cominciò la trasfigurazione. Il battesimo per
lui fu infatti un nuovo inizio. Segnò la riscoperta del soggetto, “copresenza
con l’Essere, che progetta la sua origine e retroscrive il suo telos attraverso
il Nulla” come scrisse nel suo diario, “American Black Box”, apparso ora da
Albin Michel, ultimo tomo d’una trilogia, “Théâtre des Opérations”, iniziata nel
1999, e composto come i primi due da settecento pagine di prosa fluviale e
palinsesti di profezie apocalittiche, considerazioni mistico-scientifiche e
incendiarie riflessioni storico-politiche.
La conversione, dunque, aprì a
Dantec la strada verso la riconciliazione con la verità, o meglio verso il
ritorno alla verità, ultima e definitiva risorsa contro il nichilismo e le
illusioni dissacranti del contemporaneo. Dantec, infatti, si considerava un
francese errante in America, un Atlante come scrive lui, “un rifugiato politico
metanazionale in esilio permanente”. Col suo battesimo e la conversione al
cattolicesimo, lui che era nato in una famiglia di militanti comunisti,
cresciuto nel culto dell’Urss e nella devozione a Josif Stalin (suo padre
dirigeva l’agenzia di stampa del Pcf), svezzato come adolescente fra la barbarie
della banlieue, a Ivry sur Seine, dove la massima universale di condotta non era
porgi l’altra guancia, ma “nique ta mère”, alias “fotti tua madre”, decise di
diventare “un testimone che non tace mai, se non nel silenzio di Dio”. E nel suo
diario scrisse: “Sono qui per dire che la Parola non è morta, per dire che essa
si fa Atto. Sono un cattolico. Un Cattolico del futuro, un cattolico della Fine
dei Tempi”.
La cosa misteriosa e folgorante è che la metanoia in nome
dell’Essere e del Dio incarnato, colpì proprio lui, Maurice G. Dantec l’uomo
forse più lontano al mondo dall’idea di grazia, l’indole apparentemente più
refrattaria alla rivelazione. Dantec oggi dice di aver raggiunto “la sua
famiglia naturale”. Vive la conversione come “una grazia di Dio, perché la fede
è una grazia”. E sebbene non si sia ancora cresimato, per l’improvvisa dipartita
di padre Robillard, si professa un cattolico praticante, “perché una religione
che non si pratica”– spiega rispondendo via email – resta nell’astrazione”.
Eppure, niente di più improbabile della sua conversione.
Chi era infatti
Dantec? Molte cose insieme: un coatto di periferia, un dandy punk e rockettaro,
uno scrittore maledetto, un mito di massa, un provocatore. Un grande e
irregolare antimoderno, un genio della cultura pop, un piede nel marketing e
l’altro nella musica psichedelica. Uno che insomma il nichilismo sapeva
benissimo cos’era per esserci vissuto dentro fino al collo e averne debitamente
approfittato. “Io sono andato sino in fondo al nichilismo. Ma a differenza di
Houellebecq, ho attraversato lo specchio, e mi sono convertito al cristianesimo.
Cosa impossibile per un nichilista”, ha detto in un’intervista al settimanale
francese VSD.
Da ragazzo, dopo studi incerti per motivi di salute – soffriva
di asma – e sforzi di autodidatta all’università, aveva esordito alla fine degli
anni Settanta con la musica psichedelica, fondando un paio di complessi dal
titolo ultimativo “Etat d’urgence” e “Artefact”, gruppo sperimentale di pop
elettronico in cui suonava il piano e firmava testi futuristi. Poi, s’era
riciclato come pubblicitario, lavorando a fianco di un guru miliardario. Ma
anche quello era stato un passaggio a vuoto. Una sera, infatti, scoprì la
disperazione che affliggeva il suddetto guru con cui lavorava, considerato un
mito vivente, ma costretto a ingurgitarsi un litro di whisky al giorno per
sopravvivere al senso di fallimento che l’affliggeva per non essere mai riuscito
a scrivere un romanzo. Dopo anni passati a spremersi le meningi per vendere
automobili e pannolini, frigoriferi e merendine, aveva capito che s’era bruciato
il cervello e non sarebbe mai riuscito a inventarsi una storia, a dar vita ai
personaggi di un romanzo, a tenere una trama oltre le trenta pagine. E
soprattutto, aveva capito che i miliardi di fatturato, la vita da nababbo, le
fuori serie e le belle donne a iosa, la villa a Ibiza e la barca a Noirmoutier
non sarebbero mai bastati a colmare il vuoto del fallimento. Da qui il whisky,
un litro al giorno.
Quella sera, Dantec tornò a casa, si guardò allo specchio
e prese una decisione solenne. Decise di mettersi a scrivere sul serio. Lasciò
l’agenzia pubblicitaria, ne fondò una sua che fallì subito, si riciclò nel
telemarketing, e intanto continuò comporre il suo primo romanzo di fantascienza.
Quando lo finì, dopo vari e molteplici rifiuti, entrato in contatto grazie a un
amico col responsabile della Série Noir di Gallimard si presentò col malloppone
alla rue Sébastien Bottin. E lì accadde il primo miracolo. Patrick Raynal lesse
il manoscritto e invece di gettarlo nel cestino, chiese a Dantec di scriverne
subito un altro ex novo. Il libro uscì e fu una rivelazione. Si intitolava “La
Sirène Rouge”. Vinse premi su premi, vendette migliaia di copie, divenne pure un
film e in pochi anni – seguito da altri gialli fantascientifici, come “Les
Racines du Mal”, “Babylon Babies”, “Villa Vortex” – trasformò Dantec in uno
scrittore di massa baciato dal successo, osannato da lettori in delirio,
circondato da coorti di ammiratori pronti a diffondere il verbo sconvolgente
dell’inventore del “neo-polar”, del visionario rock che coi suoi feuilleton
tecno-mistici li rivelava a se stessi, scoprendo il volto nascosto di un’epoca
cieca e insofferente all’autocoscienza come è la nostra.
Nacque così Maurice
Dantec, scrittore hip e cyberpunk e giallista di culto, autore di romanzi totali
dove la metafisica insegue la fantascienza, la fantascienza serve a declinare
l’apocalisse, e la finzione romanzesca diventa il sismografo delle nostre
inquietudini. Nei suoi libri succede di tutto. “Cosmos Incorporated”, mattone di
seicento pagine, uscito due anni fa, è stato scritto nel segno di un
cristianesimo catacombale. Racconta di un’umanità perduta in un mondo di automi,
dopo la finis Europae e la devastazione lasciata dal Grande Jihad, dove un
killer della mafia russa programmato per uccidere a un certo punto scopre di
appartenere a un inframondo che appare solo dalla traccia lasciata dietro di sé
dalla morte. Nella “Grande Jonction”, che ne è il seguito uscito in settembre,
l’azione si svolge nel 2070: dopo l’avvento dell’intelligenza artificiale, la
Metastruttura di controllo, che ha fabbricato l’Umu, cioè l’unimondo umano,
pacificando le creature che ormai sono una protesi di scienza e tecnica, un
semplice assemblaggio di dati digitali, è in corso un’altra mutazione mortifera:
un virus letale colpisce quel che resta dell’umanità, riportando il linguaggio
al grado zero, convertendolo in sistema binario, per contaminarlo sino a
distruggerlo. Ma arriva il redentore, Link de Nova, un chitarrista dodicenne e
profeta, dotato di poteri straordinari che coadiuvato da una manciata di uomini
riuscirà a preservare l’umanità in un altro mondo.
Dalla narrativa
l’ossessione apocalittica di Dantec tracima nell’autobiografia, e da lì nella
politica. A leggere il terzo tomo del diario metafisico e polemico, iniziato nel
1999 con titolo profetico, “Manuel de Survie en Territoire Zéro”, che in inglese
suona agghiacciante, “Survival Manual in Ground Zero”, l’impressione è
micidiale. Il convertito che ha scoperto la fede e il dono salvifico della
transustanziazione non ha niente di caritatevole. Non è il messaggero del Dio
dell’amore, aperto al dialogo e pronto al perdono. E’ un guerriero, con un senso
chiaro e definitivo del nemico da abbattere. E’ un crociato che sfodera la sua
croce per respingere i suoi avversari, l’islamizzazione e il nichilismo,
l’antiamericanismo e l’odio di sé. In lui insomma non c’è niente di evangelico e
rassicurante. C’è piuttosto l’energia primitiva di un energumeno disposto a
tutto e pronto al peggio, così sicuro di quello che pensa da non indulgere alle
sfumature, e sparare a zero sulla cultura gay: “Da quando è diventata una
cosiddetta realtà, si vedono molti bei torsi nudi, molti perizoma brasiliani e
molte mani sul pacco, ma a nessuno verrà in mente di mettere in scena una pièce
di Jean Genet, nemmeno per il Festival ‘Divers Cité’ di Montreal che inizierà
col Gay Pride”. Dantec è così perentorio nelle sue convinzioni da evitare l’arte
della litote quando si tratta di dipingere la luce tenebrosa che irradia ormai
l’Europa della post histoire e dell’universalità dei diritti. “Diventata
metafisica, Liberté, Egalité e Fraternité, partoriranno una specie di mostro
indolore, un semplice protoplasma. Un ipermercato aperto a tutti i venti
migratori o mafiosi. Uno ‘spazio’ ormai privo della minima temporalità, senza
volontà storica, senza sovranità e soprattutto non imperiale, e ovviamente
contrario alla pena di morte e alla ‘guerra’. Uno spazio “laico”, cioè
completamente decristianizzato, e paradossalmente aperto alle ideologie
purulenti, asettizzate dalla contestazione-merci, e arrivate dal comunismo
orientale, nel momento in cui i paesi dell’est erano finalmente riusciti a
sbarazzarsene dopo aver pienamente, goduto per mezzo secolo in pieno, della loro
delirante assurdità”.
E’ così scettico e controrivoluzionario da non farsi
alcuna illusione sul futuro del vecchio continente: “Quelli che continuano a
pensare che le piccole macchinazioni democratiche di cui affabulano le
micronazioni indipendenti o i confederati (scritto “cons-fédérés”) di Bruxelles,
resteranno in piedi nei trent’anni a venire, sono gli stessi ciarlatani che
hanno venduto due paci mondiali, finendo per imporre due guerre meccaniche
universali alle popolazioni del mondo e dell’Europa, nella prima metà del
Ventesimo secolo”.
E quando gli chiedi se dall’esilio in Canada non soffre
del conformismo irriso da Mordechai Richler nella ‘Versione di Barney’,
risponde: “Il politically correct fa danni anche in un Québec antiamericano,
antisemita di sinistra, anticristiano, anticanadese, che sostiene i principi di
Hezbollah e quelli del Gay Pride. Qui però tutto è volatile; una moda si impone
e subito dopo scompare, a differenza della Republika Franska dove ci mette più
tempo a radicarsi, ma poi diventa inamovibile”. E con la stessa sicumera con cui
oggi si definisce uno scrittore americano di lingua francese, Dantec parte
lancia in resta contro lo spirito del tempo e la tirannia della trasparenza, che
annulla il senso del mistero, contro l’eccesso di universalismo democratico che
appiana, uniforma, lenisce e confonde, sino all’indifferenziazione. Contro
l’antirazzismo, che non permette di discriminare e dunque di governare fenomeni
complessi come la crisi delle banlieue. Contro l’estremismo buonista che sempre
in nome dell’antirazzismo finisce per cadere in un razzismo al contrario, il
razzismo antibianco, di cui però è vietato parlare. C’è insomma nel diario di
Dantec il repertorio completo delle illusioni progressiste, dell’inaudito,
dell’insopportabile, che rende l’incendiario polemista bersaglio favorito dei
benpensati.
Chi volesse provare un’esperienza forte, deve solo andare su
Internet e cercare il video del programma tv di Franz Olivier Giesbert, in cui
Dantec era uno degli ospiti a sorpresa del democristiano François Bayrou,
candidato centrista alle presidenziali. E’ un pezzo da antologia. Era settembre.
Dantec s’era prestato, alla diretta, per il lancio del suo ultimo romanzo. E si
è fatto dare del “fascista” da Jean François Kahn, sovranista di sinistra e
direttore del settimanale Marianne. Bisogna dire che il tema era caldo. Si
parlava di scuola ed educazione, e Dantec citava rassegnato il succitato motto
dei giovani di periferia “nique ta mère”. Si parlava di declino della Francia, e
Dantec l’attribuiva non all’inerzia di Chirac o all’analisi di Nicolas Baverez,
ma alla rivoluzione del 1789, ricordando il controrivoluzionario conte Joseph de
Maistre che nelle Serate di San Pietroburgo fu il primo ad annunciare
l’apocalisse che sarebbe seguita ai quindici secoli di regalità ghigliottinate
dal Terrore giacobino: “Qual è la sua definizione di civiltà europea, in senso
storico, metapolitico” ha chiesto a un certo punto lo scrittore al centrista
Bayrou. E per tutta risposta il democristiano candidato all’Eliseo, prima, gli
ha intimato di togliersi gli occhiali, poi, ha bofonchiato che quella
definizione in effetti era stata “massacrata” dalla Costituzione, senza dire
altro. E quando Giesbert ha iniziato a evocare la trama di “Cosmos Incorporated”
come stadio finale della dissoluzione post industriale, “sono l’uomo delle
catacombe” ha spiegato Dantec con aria aggressiva. “E il mio libro ne è la
scatola nera, e serve da virus perché un certo stato del mio cervello penetri
nel vostro”. E quando sempre Giesbert, con molto cinismo e pochi scrupoli,
cercava di dare scandalo col mix di teologia e fantascienza della “Grande
Jonction”, Dantec, messo nell’angolo, stava per scoppiare. Con aria fosca, ha
minacciato rappresaglie, contro Kahn che gli aveva dato del fascista in tv senza
permettergli di replicare. E alla fine l’ha steso con l’elogio della patristica:
“Sono diciotto anni che mi occupo di teologia. L’ho scoperta leggendo Nietzsche
e sono convinto che Basilio di Cesarea sia di gran lunga superiore alla
filosofia di Karl Marx, che molti di voi si ostinano a venerare fuori tempo
massimo”. Ed era talmente arrabbiato, che si è alzato in piedi e stava per
andarsene, tanto che Giesbert l’ha richiamato all’ordine. Questo per dire l’alta
tensione che un irregolare come lui riesce a scaricare intorno a sé.
Non è un
caso, perciò, se “American Black Blox” – “l’ultimo B52 lanciato contro le
ipocrisie del progressismo contemporaneo”, come dice il suo agente Kersan – a
differenza dei primi due volumi non sia uscito da Gallimard, ma da Albin Michel.
Il prestigioso editore che aveva lanciato Dantec ha rifiutato di pubblicarlo.
Come mai? “Lo chieda a loro – risponde Dantec – forse hanno ricevuto ordini
dalla Moschea di Parigi”. La storia in realtà è molto più semplice. Da Gallimard
il clima è cambiato quando Dantec, all’inizio del 2004, mandò un e-mail a Bloc
Identitaire, un gruppo di estrema destra, che aveva persino fatto un tentativo
di attentato contro Chirac. “Sono contrario al vostro antiamericanismo e al
vostro antisemitismo, ma vi auguro buona fortuna contro le bestie selvagge delle
periferie fancesi”, aveva scritto Dantec, stigmatizzando la violenza,
l’islamizzazione e l’odio di sé dei ghetti di banlieue. Per questo, fu assalito
da Libération che titolò “E’ passato alla destra” e fu linciato in prima pagina
dal Monde, mentre da Gallimard pare che al direttore della collana Nrf scappò
detto, “ho sempre saputo che era un fascista”. Fu allora che nacquero le
perplessità per il terzo tomo del diario. Dantec lo propose a Flammarion, ma
quando gli avvocati suggerirono di censurare una decina di pagine si rifiutò:
“Nego a chiunque il diritto di impormi quel che devo pensare”. Alla fine,
nonostante un ultimo tentativo di Antoine Gallimard, l’ha spuntata Albin Michel,
editore indipendente che ha offerto un contratto di cinque anni, e ha già
venduti i due romanzi a Random House. “Sono passato a uno stadio superiore
dell’offensiva contro l’islam, la gauche mondiale, la stampa asservita, les
petis neocollabos frachouillards”, esulta Dantec. In America, probabilmente,
sarà un trionfo.
Traduction :
Au
premier abord, Maurice G. Dantec est un peu effrayant. L’air torve, les cheveux
noirs, la barbe rare et mal rasée à la Mickey Rourke, le regard caché derrière
des lunettes noires qu’il porte en permanence, même dans sa vie, même sur les
plateaux de télévision. Ceux qui le connaissent bien assurent que c’est un homme
affable, prévenant et gentil, très respectueux, un homme de ceux qui n’élèvent
jamais la voix en privé et qui sont incapables de vous faire faux bond.
Il
s’est converti au catholicisme il y a trois ans, choisissant
exprès le moment où la religion de la sainte Eglise romaine est, comme il le dit
« irrésistiblement condamnée ». Dantec vit au Canada depuis1998. Il a choisi
l’exil volontaire à Montréal, où il habite avec sa femme et sa fille dans un
immense loft de près de 400 m², par dégoût de la vieille et veule Europe
nihiliste, désormais aux mains d’une islamisation selon lui incontrôlable.
<< Je ne voulais pas que ma fille puisse être agressée par ces bêtes
féroces >> déclara-t-il pour justifier son départ. Il se fit
donc baptiser à Montréal dans la petite chapelle des Pères de la Sainte Croix,
par un vieux dominicain de 86 ans, Edmond Robillard, que lui avaient recommandé
ses amis traditionalistes, un saint homme extrêmement cultivé et revêche qui
célébrait les sacrements pour la dernière fois, après une vie passée à traduire
les œuvres du cardinal Newman et les textes de Saint Thomas
d’Aquin. Ce jour là commença pour Dantec la transfiguration. Le baptême fut en
effet pour lui un nouveau départ. Il marqua sa redécouverte du sujet
« co-présence avec l’Etre, qui projette son origine et retranscrit son télos à
travers le Néant » comme il l’écrivit dans son journal, American
Black Box paru récemment chez Albin Michel, dernier tome d’une
trilogie, Le Théâtre des
Opérations commencée en 1999, composé comme les deux
premiers tomes, de sept cents pages d’une prose fleuve et de palimpsestes de
prophéties apocalyptiques, de considérations mystico-scientifiques
et de réflexions historico-politiques incendiaires.
Cette conversion ouvrit donc à Dantec la voie vers la
réconciliation avec la vérité ou mieux, le retour à la vérité, ultime et
définitive ressource contre le nihilisme et les illusions profanatrices
des contemporains. Dantec se considérait en effet un Français errant en
Amérique, un Atlante comme il l’écrit lui-même « un réfugié politique
meta-national en exil permanent ». Issu d’une famille de militants communistes,
élevé dans le culte de l’URSS et dans la dévotion à Joseph Staline (son père
dirigeait l’agence de presse du PCF), adolescent plongé dans la barbarie de la
banlieue, à Ivry sur Seine, où le précepte universel de conduite n’était pas de
tendre l’autre joue mais plutôt « nique ta mère », (…) il décida, avec son
baptême et sa conversion au catholicisme de devenir « un témoin qui ne se tait
jamais, sinon dans le silence de Dieu ». Et il écrivit dans son journal « Je
suis ici pour dire que la Parole n’est pas morte, pour dire qu’elle se fait
Acte. Je suis un Catholique. Un Catholique du futur, un catholique de la Fin des
Temps . »
Ce
qui reste mystérieux et fulgurant, c’est que la metanoïa au nom de l’Etre et du
Dieu incarné, le toucha lui, justement, Maurice G Dantec, l’homme peut-être le
plus éloigné au monde de l’idée de grâce, le tempérament apparemment le plus
réfractaire à la révélation. Dantec dit avoir rejoint aujourd’hui « sa famille
naturelle ». Il vit sa conversion comme « une grâce de Dieu, parce que la foi
est une grâce ». Et bien qu’il n’ait pas encore reçu le sacrement de la
confirmation, le père Robillard étant subitement décédé, il se
déclare catholique pratiquant, « parce qu’une religion que l’on ne pratique pas
–explique-t-il via e.mail – reste du domaine de l’abstraction ». Pourtant, rien
n’est plus improbable que sa conversion.
Qui
était Dantec, en effet ? Beaucoup de choses en même temps : un
exclu de périphérie, un dandy punk et rockeur, un écrivain maudit, un
mythe de masse, une légende vivante, un provocateur. Un grand
trublion anti-moderne, un génie de la culture pop, avec un pied dans le
marketing et l’autre dans la musique psychédélique. En somme quelqu’un qui
savait parfaitement ce qu’est le nihilisme pour y avoir baigné jusqu’au cou et
en avoir largement profité. « Je suis allé jusqu’au fond du nihilisme. Mais à la
différence de Houellebecq, j’ai traversé le miroir, et je me suis converti au
christianisme. Chose impossible pour un nihiliste » a-t-il dit dans une
interview pour l’hebdomadaire français VSD.
Dans sa jeunesse, après des études compromises pour raisons de santé – il était asthmatique – et des efforts d’autodidacte à l’université, il avait débuté à la fin des années soixante-dix dans la musique psychédélique, en fondant deux groupes aux noms évocateurs « Etat d’urgence » et « Artefact », groupe expérimental de pop électronique où il jouait du piano et signait des textes futuristes. Il s’était ensuite recyclé dans la publicité, travaillant aux côtés d’un gourou milliardaire. Cela avait été, là aussi, un passage à vide. En effet, un soir, il découvrit le désespoir dont souffrait le gourou avec lequel il travaillait, considéré comme un mythe vivant, mais contraint d’ingurgiter un litre de whisky par jour pour survivre au sentiment d’échec qui le rongeait de n’avoir jamais réussi à écrire un roman. Après des années passées à se torturer les méninges pour vendre des voitures et des softwares, des réfrigérateurs et des goûters, il avait compris qu’il s’était grillé le cerveau et qu’il ne parviendrait jamais à inventer une histoire, à donner vie aux personnages d’un roman, à suivre une trame de plus de trente pages. Et surtout, il avait compris que ses milliards de chiffre d’affaires, sa vie de pacha, ses bolides et ses jolies filles à la pelle, sa villa à Ibiza et son bateau à Noirmoutier, ne suffiraient jamais à combler le vide de l’échec.
Ce soir là, Dantec rentra chez lui, il se regarda dans
une glace et prit une décision solennelle. Il décida de se mettre à écrire
sérieusement. Il quitta l’agence de publicité, en créa une qui fit tout de suite
faillite, il se recycla dans le télémarketing et il continua pendant ce temps à
travailler sur son premier roman de science-fiction. Lorsqu’il l’eût achevé,
après de nombreux refus, il entra, grâce à un ami , en contact avec le
responsable de la Série Noire chez Gallimard, et il se présenta avec son trésor
rue Sébastien Bottin. C’est là que se réalisa le premier miracle. Patrick
Raynal, lut le manuscrit et au lieu de le jeter au panier, il demanda à Dantec
d’en écrire immédiatement un autre ex-novo. L’ouvrage parut et ce fut une
révélation. Il s’intitulait La Sirène
Rouge. Ce roman obtint une quantité de prix et il se vendit à des
dizaines de milliers d’exemplaires, il fut adapté au cinéma et en quelques
années – suivi par d’autres romans policiers de science-fiction comme
Les Racines du Mal , Babylon
Babies , Villa Vortex - il transforma
Dantec en écrivain de masse couronné de succès, porté aux nues par des lecteurs
en délire, entouré de cohortes d’admirateurs prêts à diffuser le verbe
bouleversant de l’inventeur du « neo-polar », du visionnaire rock qui , avec ses
feuilletons techno-mystiques les révélait à eux-mêmes, dévoilant la face cachée
d’une époque aveugle et allergique à la conscience d’elle-même comme peut l’être
notre époque.
Ainsi naquit Maurice Dantec, écrivain hype et cyber-punk
et romancier culte, auteur de romans extrêmes où la métaphysique poursuit la
science-fiction, la science-fiction sert à décliner l’apocalypse, et la fiction
du roman devient le sismographe de nos inquiétudes. Dans ses livres tout peut
arriver. Cosmos Incorporated, pavé de sept cents
pages, paru il y a deux ans, fut écrit sous le signe d’un christianisme de
catacombes. Il raconte une humanité perdue dans un monde d’automates, après le
finis Europae et la dévastation opérée par le Grand Jihad, où un killer de la
mafia russe, programmé pour tuer, découvre à un certain moment appartenir à un
infra-monde qui n’apparaît que dans la trace laissée derrière elle par la mort.
Dans Grande Jonction qui en
est la suite, paru en septembre, l’action se passe en 2070 : après l’avènement
de l’intelligence artificielle, la meta-structure de contrôle qui a fabriqué
l’Umu, c’est à dire l’unimonde humain, en pacifiant des créatures qui sont
désormais des prothèses faites de science et technique, simples assemblages de
données digitales, une autre mutation mortelle est en cours : un virus létal
frappe ce qui reste de l’humanité, réduisant le langage au niveau zéro, le
convertissant en système binaire pour le contaminer jusqu’à le détruire. Mais
arrive le rédempteur, Link de Nova, guitariste de douze ans, prophète, doué de
pouvoirs extraordinaires qui, assisté de quelques hommes, réussira à préserver
l’humanité dans un autre monde. A partir de la narration, l’obsession
apocalyptique de Dantec déborde dans l’autobiographie et de là dans la
politique. Lorsqu’on lit le troisième tome de son journal métaphysique et
polémique, commencé en 1999 avec le titre prophétique, Manuel de
Survie en Territoire Zéro , qui en anglais a un écho glacial,
Survival Manual in Ground Zero , il s’en dégage une impression terrifiante. Le
converti qui a découvert la foi et le don salutaire de la transubstentation n’a
rien de charitable.. Il n’est pas le messager du Dieu de l’amour, ouvert au
dialogue et prêt au pardon. C’est un guerrier, avec une idée claire et précise
de l’ennemi à abattre. C’est un croisé qui dégaine sa croix pour repousser ses
adversaires, l’islamisation et le nihilisme, l’anti-américanisme et la haine de
soi. En somme, il n’y a rien en lui d’évangélique ni de rassurant. Il y a plutôt
l’énergie primitive d’un énergumène disposé à tout et prêt au pire, assez sûr de
ce qu’il pense pour ne pas s’attarder dans les nuances et pour tirer à bout
portant sur la culture gay : « Depuis qu’elle est devenue une soi-disant
réalité, on voit beaucoup de jolis torses nus, de pagnes brésiliens et de mains
au panier, mais personne n’aura l’idée de mettre en scène une pièce de Jean
Genet, même pas pour le Festival « Divers Cité » de Montréal qui
débutera par la Gay Pride ». Dantec est si péremptoire dans ses convictions
qu’il en oublie l’art de la litote lorsqu’il s’agit de dépeindre la lueur
ténébreuse qui irradie désormais l’Europe de la post histoire et de
l’universalité des droits. « Devenues métaphysiques, Liberté, Egalité et
Fraternité, accoucheront d’une espèce de monstre indolore, un simple
protoplasme. Un hypermarché ouvert à tous vents migratoires ou mafieux. Un
‘’espace’’ désormais vide de la moindre temporalité, sans volonté historique,
sans souveraineté, et surtout non-impérial, et évidemment contraire à la peine
de mort et à la guerre. Un espace « laïc », c’est à dire
complètement déchristianisé et paradoxalement ouvert aux technologies
purulentes, aseptisées par la contestation-marchandise, provenant
du communisme oriental, au moment où les pays de l’Est avaient finalement réussi
à s’en débarrasser, après avoir pleinement joui durant un demi siècle de leur
absurdité délirante ».
Il
est tellement sceptique et contre-révolutionnaire qu’il ne se fait aucune
illusion sur le futur du vieux continent. « Ceux qui continuent à penser que les
petites machinations démocratiques dont fantasment les micro-nations
indépendantes ou les cons-fédérés (…) de Bruxelles, tiendront
encore debout dans les trente ans à venir, sont les mêmes charlatans qui
ont vendu deux paix mondiales, en finissant par imposer deux guerres mécaniques
universelles aux populations du monde et à l’Europe, dans la première moitié du
vingtième siècle ».
Et
si vous lui demandez s’il ne souffre pas, dans son exil au Canada du conformisme
dont se moquait Mordechal Richier dans La Version de
Barney , il répond : « Le politiquement correct fait aussi des
dégâts dans un Québec anti-américain, antisémite de gauche, anti-chrétien,
anti-canadien, qui soutient les principes du Hezbollah et ceux de la Gay Pride.
Ici cependant, tout est volatile ; une mode s’impose puis disparaît aussi vite,
à la différence de la Républike du Frankistan où elle mettra plus de
temps à s’enraciner , mais pour ensuite y être inamovible ». Et avec la même
morgue que celle qui lui permet de se définir aujourd’hui écrivain
nord-américain de langue française, Dantec part lance au poing contre l’esprit
du temps et la tyrannie de la transparence, qui annule le sens du mystère,
contre l’excès d’universalisme démocratique qui aplanit, égalise, amollit et
confond, jusqu’à l’uniformité. Contre l’antiracisme, qui ne permet pas de
discriminer et donc de gouverner des phénomènes complexes comme la crise des
banlieues. Contre l’extrémisme gentillet qui toujours, au nom de l’antiracisme
finit par basculer dans un racisme contraire, le racisme anti-blanc, dont il est
toutefois interdit de parler.
Bref, il y a dans le journal de Dantec, le répertoire
complet des illusions progressistes, de l’inouï, de l’insupportable, qui fait du
polémiste incendiaire la cible favorite des bien-pensants.
Pour
ceux qui souhaiteraient vivre une expérience forte, il suffit d’aller sur
internet et d’y chercher la vidéo de l’émission de Frantz Olivier Giesbert, où
Dantec était l’un des invités surprise du démocrate-chrétien François Bayrou,
candidat centriste aux présidentielles. C’est un morceau d’anthologie, qui eut
lieu en septembre 2006. Dantec avait accepté le direct pour le lancement de son
dernier roman. Il s’y est fait traiter de « fasciste » par jean François
Kahn, ténor de gauche et directeur de l’hebdomadaire Marianne. Il
faut dire que le sujet était chaud, on parlait d’école et d’éducation et Dantec
citait résigné le mot d’ordre des jeunes de banlieue « nique ta mère ». On
parlait du déclin de la France et Dantec l’attribuait non pas à l’inertie de
Chirac ou à l’analyse de Nicolas Baverez, mais à la révolution de 1789,
rappelant le contre-révolutionnaire conte Joseph de Maistre qui, dans les
Soirées de St Petersbourg, fut le premier à annoncer l’apocalypse qui suivrait
quinze siècles de royauté guillotinée par la Terreur jacobine : « Quelle est
votre définition de la civilisation européenne, au sens historique,
meta-politique ? » a demandé à un certain point l’écrivain au centriste Bayrou.
Et pour toute réponse, le candidat à l’Elysée chrétien démocrate, l’a d’abord
prié d’enlever ses lunettes, puis il a bafouillé que cette définition avait été
, en effet « massacrée » par la Constitution, sans rien ajouter d’autre. Lorsque
Giesbert a commencé à évoquer la trame de Cosmos
Incorporated comme le stade final de la dissolution post
industrielle, « je suis l’homme des catacombes » a expliqué Dantec d’un air
agressif. « Et mon livre en est la boîte noire, il sert de virus pour qu’un
certain état de mon cerveau pénètre dans le vôtre ». Et encore, quand Giesbert,
avec un grand cynisme et peu de scrupules, cherchait l’affrontement en utilisant
le mélange de théologie et de science-fiction de Grande
Jonction , Dantec, dans son coin, était sur le point d’exploser.
D’un air sombre, il a menacé de représailles Kahn qui l’avait traité de fasciste
sur un plateau de télé sans lui permettre de répliquer. Et à l’a fin, il l’a
descendu en flèche avec son éloge de la patristique : « Cela fait dix-huit ans
que je m’occupe de théologie. Je l’ai découverte en lisant Nietzsche et je suis
convaincu que Basile de Césarée est de loin supérieur à la philosophie de Karl
Marx, que beaucoup d’entre vous s’obstinent à vénérer. » Il était tellement en
colère qu’il s’est levé et qu’il allait partir, au point que Giesbert l’a
rappelé. Tout ceci pour dire la charge de tension qu’un tel subversif
parvient à dégager autour de lui.
Ce n’est pas un hasard, cependant, si American Black Box - « le dernier plasticage collé aux hypocrisies du progressisme contemporain », comme le dit son agent, Kersan – n’est pas sorti, à la différence des deux premiers tomes, chez Gallimard, mais chez Albin Michel. L’éditeur prestigieux qui avait lancé Dantec a refusé de le publier. Pourquoi ? « Demandez-leur – répond Dantec - ils ont peut-être reçu des ordres de la Mosquée de Paris ». L’histoire est en réalité beaucoup plus simple. Chez Gallimard, le climat a changé quand Dantec, au début de l’année 2004, envoya un e-mail au Bloc Identitaire, un groupe d’extrême droite, qui avait même commis une tentative d’ attentat contre Chirac. « Je suis contre votre anti-américanisme et votre antisémitisme, mais je vous souhaite bonne chance contre les bêtes sauvages des périphéries françaises », avait écrit Dantec, en stigmatisant la violence, l’islamisation et la haine de soi des ghettos de banlieue. C’est pour cette raison qu’il fut attaqué par Libération qui titra : « Il est passé à droite » , et il fut lynché en première page du Monde tandis que chez Gallimard, le directeur de la NRF aurait, paraît-il, laissé échapper, « j’ai toujours su qu’il était fasciste ». C’est alors que naquirent les perplexités pour le troisième tome du journal. Dantec le proposa à Flammarion, mais lorsque les avocats lui suggérèrent de censurer une dizaine de pages il refusa : « Je refuse à quiconque le droit de m’imposer ce que je dois penser ». A la fin, malgré une dernière tentative d’Antoine Gallimard, c’est Albin Michel qui l’emporta, éditeur indépendant qui lui a offert un contrat de 8 ans et qui a déjà vendu les deux romans à Random House. « Je suis passé à un stade supérieur», exulte Dantec. En Amérique ce sera probablement un triomphe.